La recente approvazione alla Camera dei Deputati del DDL n. 3270 impone alcune riflessioni sulpresente e sul futuro delle professioni non regolamentate tramite ordine.Il testo riguarda anche l'antropologia in quanto disciplina alla ricerca di una forma diprofessionalizzazione.Le associazioni universitarie, sia quelle a carattere più generalista, quali Anuac e Aisea, sia quelletematiche, come Siam nel campo dell’antropologia medica e Simbdea per l’antropologia museale, sisono già mosse. In un incontro con la Senatrice Anna Rita Fioroni ed altri parlamentari, tenutosi il 27giugno 2012 al Senato, i loro rappresentanti hanno manifestato il proprio punto di vista.In questo coro di voci che si è sollevato manca quella delle realtà che, sia in forma individuale cheassociata, si muovono al di fuori dell’università. Manca quel patrimonio di esperienzarappresentato dalle piccole associazioni e dalle imprese che, non in antitesi ma certamentecon peculiarità differenti rispetto alla codifica accademica, fanno antropologia nel territorio.Una antropologia diversa, pratica e praticabile, attenta alle sollecitazioni della società edisponibile a mettersi in gioco per risolvere problemi concreti.Il motivo di questa assenza è sotto gli occhi di tutti.Un eccessivo frazionamento organizzativo impedisce di dare voce e corpo a delle istanze comuni: da un lato la necessità di una qualche forma di riconoscimento istituzionaledell’antropologo come figura professionale; dall’altro del percorso formativo universitario come base di partenza, nonostante la scarsapropensione mostrata finora verso un’applicabilità concreta e pratica.Il problema è vivo e sentito: nei forum dedicati all’antropologia non sono in pochi a lamentarsi dellasituazione italiana attuale caratterizzata dalla scomparsa dei corsi di laurea e di dottorato, dallamancanza di legittimazione pubblica e di sbocchi professionali.La questione non è di facile risoluzione. Ritagliarsi uno spazio di parola e di azione in un dibattitopubblico monopolizzato da discipline storicamente più forti – si pensi alla psicologia e alla sociologia– è complesso. E non sarà certamente il DDL n. 3270, senza una precisa volontà da parte delle associazioni e delle imprese antropologiche, a cambiare automaticamente lo stato delle cose.Le lamentele devono segnare il passo: è venuto il momento di superare la fase critica e inaugurarneuna nuova, necessariamente costruttiva, che porti alla costruzione di un soggetto collettivopropositivo nei contenuti e capace di muoversi autonomamente rispetto al panorama associativoesistente.Il DDL 3270, infatti, garantisce la possibilità dicostituire associazioni a carattere professionale di natura privatistica, fondate su basevolontaria, senza alcun vincolo di rappresentanza esclusiva, con il fine di valorizzare lecompetenze degli associati e garantire il rispetto delle regole deontologiche, agevolando lascelta e la tutela degli utenti nel rispetto delle regole sulla concorrenza (Art. 2.1). Mentre le associazioni universitarie hanno già da tempo una struttura sovraterritoriale, la maggiorparte delle associazioni non accademiche ne sono prive. Quello che proponiamo è, dunque, la federazione delle associazioni antropologiche cheagiscono territorialmente in Italia. Una federazione che:
È necessario, quindi, incontrarsi e coordinarsi, affinché quanto prima emerga quello che abbiamo dadire e da proporre. Senza la nostra presenza attiva, il dibattito attuale sull’antropologiaprofessionale e applicata non può che essere incompleto e parziale.ASS.D.E.A. e Antrocom onlus propongono dunque, a tutte le associazioni antropologiche, diconfrontarsi sul tema in modo dinamico ed efficace, per valutare insieme la possibilità di federarci inun'unica realtà che ci rappresenti.
CONTATTI
ASS.D.E.A.Associazione Culturale DemoetnoAntropologica Via web: www.assdea.org. Email: contatti@assdea.org
ASS.D.E.A. è un'associazione di studenti e laureati in materie demoetnoantropologiche, nata dalla volontà di contribuire alla crescita e al rinnovamento della disciplina, che intende cercare uncostruttivo confronto con le altre discipline al fine di rendere più efficace lo studio dei processiculturali. L'associazione vuole incentivare il dibattito antropologico all'interno della comunitàaccademica e della società, promuovere lo studio della cultura popolare, favorire l'utilizzo e ladiffusione delle parlate locali e lo scambio tra i popoli creando occasioni d'incontro e confronto tra lacultura sarda e altre culture.
Antrocom onlus, via Kiiciro Toyoda, 92 -00148 Roma. Web: www.antrocom.org. Email: contatti@antrocom.it. Tel.: 06 60201248
Antrocom Onlus promuove e favorisce lo sviluppo degli studi di antropologia fisica e culturale,operando nella ricerca scientifica, nell’istruzione, nella formazione e nella diffusione delle scienzeantropologiche. Presente sul territorio nazionale con sezioni regionali oltre alla sede centrale diRoma, l’Associazione è attenta a cogliere e valorizzare sia la tradizione locale che le nuoveprospettive applicabili all’antropologia.
L’Associazione culturale Demo Etno Antropologica ASS.D.E.A. accoglie con soddisfazione la notizia della sospensione del bando di selezione pubblica per
l’incarico di bibliotecario-documentalista presso l’archivio SUAP del Comune di Sassari e segue con vivo interesse il dibattito che questa iniziativa ha suscitato.
L’indignazione degli studenti e laureati in Beni Archivistici e Librari, cui vengono negate le possibilità di tradurre i propri studi in prospettive occupazionali, è compresa e condivisa anche
dagli studenti e laureati in Antropologia Culturale ed Etnologia.
Il settore demo-etno-antropologico vive nella medesima incertezza, risentendo della mancanza di riconoscimento della nostra specifica professionalità, sottovalutata e fraintesa. Come per altre
“professioni della cultura”, il nostro settore soffre atavicamente della “concorrenza sleale” di pseudoricercatori, spesso del tutto privi di qualunque adeguato titolo di studio. La formazione
accademica, pur se largamente perfettibile, è, a nostro parere, indispensabile. Non possiamo che fare nostra l’affermazione contenuta nel documento congiunto firmato da ALeF SASSARI, AIB
SARDEGNA, ANAI SARDEGNA e ANA SARDEGNA, che ribadisce “l’assoluta imprescindibilità del fatto che il titolo di studio e le qualifiche professionali costituiscono elemento fondante nei criteri di
selezione per i bandi pubblici”.
In questo quadro, la possibilità che i titoli di studio perdano di valore legale non fa che aggravare la già pesante situazione, cui si somma la soppressione dell’unico corso di laurea magistrale
LM1 in Sardegna, tappa basilare del percorso formativo nel settore demo-etno-antropologico.
Le affermazioni di principio di Enti pubblici e privati, in primis la Regione Autonoma della Sardegna, che presentano e promuovono l’isola come terra ricca di tradizioni e cultura, non si
concretizzano in un adeguato impegno volto al coinvolgimento attivo delle professionalità del settore formate dall’Università.
La nostra associazione, pur se giovane, si è da subito impegnata su queste tematiche ed è attualmente al lavoro, con l’associazione Antrocom onlus, per la creazione di momenti di incontro e
dibattito sulle modalità di riconoscimento della professione dell’antropologo.
L’associazione ASS.D.E.A. concorda quindi pienamente con l’urgenza dell’apertura “di un dibattito franco sul ruolo delle “professioni della cultura” nel nostro territorio”. Antropologi,
archivisti, bibliotecari, archeologi, storici dell’arte, pur con specificità proprie, vivono problematiche simili. È quindi necessario e improcrastinabile che uniscano le loro voci ed elaborino
momenti di riflessione ed azione condivisi.
Il presidente
Valentina Mura
ASS.D.E.A. all'Asinara
L'Associazione Culturale ASS.D.E.A. ha partecipato alla manifestazione Monumenti Aperti 2011 organizzata nel Comune di Porto Torres domenica 29 maggio, con un proprio intervento sulla toponomastica dell'isola dal titolo
La storia dell'Asinara attraverso i suoi toponimi.
Ecco qualche foto dell'iniziativa.
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Noi studenti in Scienze dei Beni Culturali e in Antropologia Culturale ed Etnologia vi informiamo della chiusura del corso di laurea magistrale in Antropologia Culturale ed Etnologia. Le motivazioni che ci sono state date dal Preside e dal Presidente del corso di laurea per giustificare questa scelta sono di carattere tecnico: non c'è, oggi, un numero sufficiente di docenti di materie antropologiche per garantire l'attivazione del corso, neanche in una forma accorpata con altri.
Perché siamo arrivati a questa carenza di docenti non spetta a noi dirlo. Il risultato è comunque questo: gli studenti della triennale avranno come scelta quella di completare i loro studi o in altri corsi, nel caso rimangano in Sardegna, o in corsi antropologici fuori dall'isola.
Che ne sarà quindi dell'Antropologia Culturale in Sardegna?
Gli enti pubblici sono in questo periodo impegnati in una campagna di promozione dei beni culturali della Sardegna per sviluppare il turismo anche aldilà del settore balneare. L’Isola che danza è solo l’ultima delle campagne della Regione per valorizzare la cultura popolare sarda e le ricchezze che essa veicola. Si dice che “dalla cultura non si mangia” ma la Regione sta investendo fondi e competenze per smentire questo luogo comune.
La promozione a fini turistici non può però essere l’unica forma di intervento. Accanto e a monte di essa ci deve essere l’acquisizione di conoscenze scientifiche sull’argomento, realizzata da un personale che solo l’Università può formare, essendo lo spazio istituzionalmente preposto a tale funzione. Il corso di laurea in Antropologia culturale ed etnologia, pur con ampi margini di miglioramento, è oggi il migliore strumento di raccordo tra istituzioni formative e territorio, almeno per quanto concerne il settore dei beni culturali. All’interno del nostro percorso di studi impariamo non solo a portare il rispetto che meritano il patrimonio tradizionale e le persone che lo vivono e lo praticano ma soprattutto un metodo di ricerca e di analisi delle informazioni raccolte.
Il corso di laurea in Antropologia culturale ed etnologia forma potenziali ricercatori culturali, anche se è spesso messo in discussione per una scarsa ricaduta occupazionale. Le ragioni di questo sono da ricercare nella concorrenza rappresentata da pseudo-ricercatori che, pur senza alcun tipo di formazione nel settore, grazie a meccanismi di tipo clientelare finiscono per sottrarre lavoro ai laureati. Per ovviare questo è necessario uno sforzo congiunto di Università, istituzioni pubbliche e associazioni di settore nel definire in maniera chiara e univoca la figura del ‘ricercatore culturale’, in modo tale da chiarire le modalità di acquisizione di questa qualifica e quindi le possibilità occupazionali ad essa connesse.
I due temi (riattivazione del corso di Antropologia culturale ed etnologia e definizione della qualifica di ‘ricercatore culturale’) devono andare di pari passo, soprattutto in una terra come la Sardegna che grazie alla ricchezza di tradizioni ancora parzialmente da studiare può offrire ampie prospettive occupazionali a ricercatori opportunamente formati e tutelati ed impedire in tal modo di generare una nuovo settore di ‘cervelli in fuga’. Sappiamo quanto questo impoverisca la nostra terra, non solo dal punto di vista culturale ma anche economico. Impedire la formazione in loco di giovani ricercatori comporterà inevitabilmente il doversi rivolgere all’esterno per reperire le professionalità necessarie.
Il territorio ha solo da guadagnare nel riattivare il corso in Antropologia culturale ed etnologia, a maggior ragione se affiancato da una seria e puntuale riflessione sul futuro occupazionale dei suoi laureati.